Primaria San Polo #04

Una scuola del fare. Già anni prima di seguire il mio corso di diploma Montessori nel 2013, una cosa che mi è sempre piaciuta è l’idea di una scuola dove quello che i bambini fanno sia più importante di quello che gli insegnanti insegnano. L’idea del resto è condivisa da diversi orientamenti pedagogici, compreso il movimento di cooperazione educativa (MCE) di cui per diversi anni ho fatto parte.
Dopo anni che vado avanti inventando ed adattando nuove occasioni di lavoro per i bambini, mi sono accorto che, nonostante si usi il nome di Montessori, talvolta c’è una difficoltà a capire come impostare l’apprendimento. In particolare, è facile confondere l’idea di “attività” con quella di “materiale”, e così gli scaffali di esposizione rischiano di diventare una vetrina di museo (quando non addirittura un magazzino) piuttosto che l’occasione per un lavoro indipendente che convogli l’interesse del bambino.
Per provare a far capire di cosa parlo, posso iniziare dall’album di diploma AMI 3-6, con la struttura delle schedature che ci è stata richiesta per i materiali (sensoriali, linguaggio, matematica). Dopo la composizione di tutti i pezzi del materiale, gli scopi diretti e indiretti, e la/le presentazioni suggerite, nella scheda troviamo gli “esercizi” (da uno a cinque, in linea di massima) e poi i “giochi” (attività da fare in due o più bambini).
E’ chiaro quindi che spesso, già nel primo piano di sviluppo, con un materiale si possono svolgere diverse attività. Alla scuola primaria poi (secondo piano di sviluppo) molti materiali possono venire utilizzati in maniera ancora più flessibile. Ad esempio per la cassettiera di geometria non ha più senso la presentazione fornita ai tre anni e mezzo nella fase sensibile del raffinamento del senso tattile. Ma quel materiale adesso è utilissimo come strumento da destrutturare per esplorare la geometria, combinandolo poi con altri strumenti, compreso squadre, righelli, compassi, lapis e fogli bianchi.
Ricordiamo che secondo la prospettiva montessoriana, quando esponiamo materiali sugli scaffali non stiamo esponendo contenuti, ma occasioni di attività. (E questo vale anche per il materiale di storia, zoologia, geografia, etc.). Quindi quello che dovremmo cercare di fare è di esporre il materiale e svolgere le presentazioni, magari di piccolo gruppo, in maniera da favorire l’attività concentrata del bambino.
Le regole che io seguo, essenzialmente, sono due:
- i materiali per l’attività devono permettere l’attività completa ed essere esposti in maniera ordinata e comprensibile
- l’attività, quando svolta in maniera indipendente, deve catturare l’interesse del bambino
Sembrano semplici? A dire, forse sì. Ma quando si mettono in pratica è un altro paio di maniche.
Pensiamo alla prima regola. Espongo le tavole dell’analisi logica e il materiale mobile? Vicino ci potrei mettere anche una scatolina con i righi lunghi ritagliati in strisce. E poi, a seconda di come propongo l’attività, se sono in un ambiente per i 6-7 anni potrei inserire dei fogli bianchi dove incollare i ritagli una volta eseguito l’esercizio.

Propongo una tavola dove scrivere col pennarello cancellabile? Esporrò lì accanto anche una bustina con i pennarelli cancellabili nei colori necessari (per esempio nero e rosso, nella tavola dei puntini) e una piccola spugnetta per cancellare. E i pennarelli, verificare con frequenza che non siano secchi. Se c’è un materiale previsto per la correzione dell’errore mi assicurerò che sia esposto e utilizzabile anche quello. E così via. Se non curiamo questa parte, alla fine è come se invitassimo i bambini ad usare i materiali in maniera caotica, e svolgere le attività un po’ a caso. E da lì, tutto il sistema Montessori delle libertà, dell’autoregolazione, delle responsabilità personali, inizia a vacillare.
Ma la seconda regola è il punto cruciale. Interesse. La concentrazione non può arrivare senza interesse, lo segue. E come decido quali attività suscitano l’interesse? Osservo. Preparo un’attività, la espongo, la lancio con una presentazione, guardo poi i bambini quando ci lavorano. Riescono a farlo in maniera indipendente, o hanno bisogno di un adulto che li guidi? Quante volte la scelgono? Quanto riescono a concentrarsi? Che tipo di lavori vengono fuori? Qual è l’età dei bambini che la preferiscono? Come posso incrementare ancor più l’indipendenza?
Poi, a partire dall’osservazione, aggiusto. Modifico la maniera in cui espongo il materiale, aggiungo i pezzi mancanti, cambio la maniera in cui la presento. E osservo di nuovo. In un certo senso taro i materiali che espongo, e quelli che risultano veramente efficaci per l’attività dei bambini sono magari uno su tre presentati. Andiamo avanti così, e poi, chissà, in un altro momento un materiale mai scelto verrà riscoperto, e allora, dopo qualche aggiustatura, diventerà anch’esso di successo. Altri non funzionano, punto e basta. Allora li rimuoviamo, e magari cerchiamo di capire perché.
Tentativi ed errori, trial and error: questo, a come la vedo io, è l’unico modo di proporre un Montessori vivo.
Mi è capitato ultimamente di inventare alcune nuove attività, e devo dire che qualcuna tendeva veramente a limitare l’autonomia. Nel senso che funzionavano molto bene durante la presentazione a gruppo, ma poi non funzionavano al momento del lavoro indipendente del bambino. E invece quella è la parte più importante.

Quando spiego come funziona l’attività Montessori a supplenti o nuovi insegnanti che non ci hanno mai lavorato, faccio notare che il punto chiave non è la presentazione che fa l’insegnante, ma il lavoro che poi ci fa il bambino. Eh già, perché talvolta gli insegnanti fanno la presentazione come gli è stata insegnata, e poi pensano che il bambino debba aver capito i concetti. E così passano alla presentazione successiva, e poi ancora, e ancora. Sostituiscono le presentazioni alle lezioni frontali, e così pensano di aver finito. Non è scuola Montessori. La scuola Montessori è una scuola dove il bambino apprende facendo, non seguendo una presentazione. La presentazione è come la spiegazione delle regole di un gioco in scatola, o un gioco di carte. Dopo aver letto le regole, non si è imparato il gioco, bisogna giocare. Stessa cosa per le attività sportive. Dopo che ti hanno spiegato come tirare un rigore, non è che tu sei già un rigorista di prima categoria. Bisogna che tu ne tiri molti per dire di aver imparato a tirarli. Nella guida è la stessa cosa. Studio le regole stradali, ma poi devo imparare a guidare facendolo, in pratica. L’apprendimento umano segue sempre questa natura. Non si capisce perché a scuola supponiamo che l’apprendimento avvenga in una maniera diversa. Per dirla con Troisi, bisogna “provare, provare, provare, provare…”.
In generale, il consiglio che dò ai nuovi è: in media, per ogni presentazione che dài, i bambini ci devono lavorare in autonomia cinque volte tanto. Altrimenti, se i bambini lavorano solo con te, o solo quando presenti, c’è qualcosa che non va. Dieci minuti di presentazione? Cinquanta minuti di lavoro indipendente. Numeri messi a caso, ma che danno un’idea di quale sia lo spazio ampiamente prevalente, tra le “lezioni” e quello dell’attvità indipendente del bambino.
Quando cominciamo a produrre materiali, alla scuola primaria, ne vengono fuori veramente tanti che spesso non riusciamo più a tenere il conto, e non sappiamo dove metterli. Così magari li dividiamo per categorie, le foglie, le radici, i vertebrati, il volo degli uccelli, e via e via. E pensiamo di aver fatto un buon lavoro, lasciando quelle informazioni divise per categoria (spero) a disposizione dei bambini. L’ambiente scuola invece non si limita ad essere una biblioteca o un museo. Deve soprattutto aiutare e sostenere l’attività dei bambini. Lo ripeto: se offriamo informazioni, anziché occasioni di attività collegate alla vita vissuta, stiamo mancando il punto centrale dell’apprendimento. E poi, di informazioni sono pieni, già dai documentari in tv e sul web, e, ancora, ci sono tanti libri che gliene offrono.
Un consiglio. Esponiamone poche di attività, ma curate al dettaglio. I bambini impareranno molto di più. Impareranno a fermarsi su qualcosa, anziché saltare continuamente da una cosa all’altra. Occasioni di lavoro, non contenuti sciolti. C’è una grande differenza.
Non è facile spiegarla. Ma osservate i bambini al lavoro, e avrete la possibilità di scoprirla.