Di cosa parliamo quando parliamo di scuola Montessori?
Qualcuno mi ha detto: “Lucio, è che certe cose non si possono dire, non si possono proprio dire”. E io invece penso che si possano dire. Che si debba provare. Chi non è d’accordo, si prenderà le sue responsabilità, non pretendo che mi diano ragione tutti e sempre. Ma penso che sia arrivato il tempo di cercare dei nomi un po’ più precisi per le cose. Cerchiamo di dirlo in maniera più accogliente. Cerchiamo di dirlo in maniera umile, rispettosa. Ma cerchiamo di dirlo.
Una delle parole della discordia è “Montessori”. Tutto sommato, penso che ci siano molte persone più accreditate e competenti di me nel dire cosa sia e cosa possa essere “Montessori”. Ma diciamola tutta: in fondo non mi interessa definire quali siano le esperienze che si possono chiamare Montessori e quali no. Lascio ad altri il compito. Mi interessa invece dire cosa stiamo facendo qui alla scuola primaria di San Polo. Cosa siamo riusciti a fare, dove proviamo ad andare. Quale è l’orizzonte verso il quale ci muoviamo, e cosa ci anima.
Quello che cerco, da più di venti anni che lavoro a scuola, è di trasformarla in un luogo di rispetto, di benessere, privo di violenza e di sopraffazioni. Allontanarsi dall’idea di scuola che abbiamo sviluppato nel nostro immaginario. Farlo diventare un luogo dove la pace, la ricchezza della convivenza reciproca, siano praticate nella vita quotidiana, non soltanto insegnate.

Negli anni ho fatto parte dell’MCE, ho dialogato con la Democratic Education europea, ho studiato Montessori. Ho trovato qualche luogo che ho preso a modello di ispirazione. Erano due, magari tre scuole, di tantissime che portano il nome di “Montessori”. Ma avevano comunque quel nome. La scuola di San Polo oggi pratica un “Montessori autentico”? Non lo so. Quando la presento ai genitori in Open Day dico: Montessori è un approccio di altissimo livello, molto difficile da realizzare. Qui per adesso lo facciamo al 40%. O al 50%. A seconda di come sta andando l’anno. Ma credo sia doveroso spiegare ai genitori che si tratta di un percorso in fieri, non di una situazione già realizzata e perfettamente funzionante.
E non perché abbiamo mai scelto la via più facile, di adattarsi al funzionamento ordinario della scuola statale. Fin dal primo anno abbiamo costruito un luogo dove:
- i voti (poi i livelli) erano neutralizzati;
- i giudizi erano discorsivi e incentrati a sostenere la formazione della persona (“giudizi non giudicanti”, mi è piaciuto chiamarli);
- le materie non erano divise, e neanche l’orario delle insegnanti;
- i posti di lavoro liberi, così come il movimento;
- gli spazi vissuti con classi aperte;
- i tempi ininterrotti;
- il libro di testo sostituito da una biblioteca varia e ricca di tutta la scuola da cui attingere;
- i bambini gestivano il servizio mensa (apparecchiare, servire, sparecchiare).
Ma da qui ad offrire l’organicità, la coerenza, il lavoro nel dettaglio che sarebbe necessario per un funzionamento ottimale di quello che a livello internazionale viene blasonato col titolo di “Montessori”, la strada è ancora lunga. La scuola primaria statale di via Lemonia a Roma, che abbiamo preso a modello per un Montessori il più autentico possibile, è un unicum ancora a una distanza incalcolabile rispetto a quanto riusciamo a fare qui. Eppure, siamo già molto lontani dalla scuola comune. Tanto lontani, che diventa già una situazione difficile da sostenere.
E allora, è il momento di dirlo. Piace quello che abbiamo costruito? Permette ai bambini di crescere fiduciosi, sicuri, competenti, sviluppare il loro potenziale? Li aiuta a vivere la vita con gioia? Piace alle famiglie, che fanno ogni giorno dieci, venti o anche trenta chilometri di strada andata e trenta ritorno per portare i loro figli qui? Allora aiutateci a stabilizzarlo. E aiutateci a crescere. Aiutiamo chi vuole iniziare questo percorso a seguire questo esempio, e noi a perfezionarci seguendo esempi più alti.
Abbiamo iniziato col parlarne alla Regione Toscana, quinta commissione del Consiglio Regionale, che tra le varie cose si occupa di istruzione. Non abbiamo parlato dei “materiali Montessori”, tanto strumentalizzabili, da chi vuole produrli e venderli, magari ai genitori, e da chi immagina di poter diffondere un Montessori che sia soltanto riforma “didattica”. Abbiamo parlato di “Educazione e pace”, di una trasformazione radicale nelle relazioni tra adulti e bambini. Dell’umiltà degli adulti nel preparare uno spazio dove i bambini possano crescere in base a quella che è la loro natura, non a quello che gli adulti vorrebbero che fossero o diventassero. Di uno spazio che sia una casa collettiva, dove i bambini imparino ad essere responsabili praticando la loro libera scelta, nel rispetto degli altri e dell’ambiente. Di un luogo dove la conoscenza nasce dall’esperienza, la propria esperienza viva, e dove si impara a condividerla con altri. Di un luogo dove la teoria nasce dalla pratica, dove lo sviluppo mentale ha inizio dalla vita pratica, dal fare quotidiano, dallo spostare una sedia, dallo srotolare e riarrotolare con precisione un tappetino, piuttosto che da una intellettualizzazione precoce che sembra fatta apposta per sfuggire a un fare inefficace, a un’indipendenza che arriva in ritardo e a una competenza traballante. E di come la parola “Montessori” sia da spiegare meglio, perché allude a due concetti che possono darsi forza vicendevolmente: un orizzonte (difficile da realizzare, ma di grande respiro), ma anche un percorso lungo, fatto di tentativi ed errori, verso quell’orizzonte. Un percorso che può iniziare dovunque, con un primo passo. Lo vogliamo chiamare “Montessori”? Possiamo farlo, ma ricordiamoci che è un potenziale, non qualcosa di già realizzato.
Non pensavo i Consiglieri ne fossero così entusiasti. Quasi tutti, di tutti i gruppi parlamentari, dopo la nostra relazione sono intervenuti elogiando l’esperienza e dichiarandosi molto interessati. Ci sosterranno in un convegno, il 7 giugno, dove porteremo la nostra ed altre esperienze nelle quali sta prendendo corpo questa “declinazione toscana” dell’approccio Montessori.
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