Uno chef stellato a scuola

Lo chef risponde alle domande dei bambini

Primaria San Polo #05

San Polo #05

Uno chef stellato alla primaria di San Polo

Un paio di settimane fa, abbiamo avuto l’onore di ospitare nella nostra scuola primaria lo chef principale dell’Enoteca Pinchiorri di Firenze, Riccardo Monco. Tre stelle Michelin, non è una cosa di tutti i giorni. La mia collega, Francesca Sanfilippo, insuperabile nelle pubbliche relazioni, è riuscita dopo un anno e mezzo di lavoro diplomatico a organizzare quest’incontro. Settantasette bambini, dalla prima alla quinta, e i rispettivi insegnanti, sono anche stati invitati a visitare l’Enoteca che abbiamo a Firenze, famosa in tutto il mondo.

I nostri due ospiti, l’executive chef e il suo pasticcere, ci hanno portato un laboratorio sul cioccolato e sui cioccolatini, ma hanno portato con loro anche una grande disponibilità a relazionarsi con i bambini, per rispondere alle loro tantissime domande e condividere con loro la propria esperienza di vita. “Per cominciare offriamogli il mondo”, cita la mia collega da Maria Montessori… “e che mondo!”.

Ma andiamo per ordine. Nei giorni precedenti mi sono un po’ preparato per parlare ai bambini di questo incontro, che evidentemente non era soltanto un laboratorio sul cioccolato. Nel visionare il materiale, in particolare una lunga intervista televisiva su youtube, emergeva un’attenzione all’intercultura, al rapporto col nutrimento e con la terra, alla sostenibilità, che apriva la strada a tanti argomenti di cui parliamo spesso con i bambini, con la nostra “Educazione Cosmica”. Ma le assonanze con i principi del nostro modo, alquanto particolare, di fare scuola, saltavano fuori da ogni parte.

La grande attenzione all’ordine, e a quello che nel corso AMI 3-6 chiamavano “layout” del materiale. Come esponi tutto il necessario in maniera ordinata, chiara, sequenziale, piacevole da vedere, funzionale e semplice all’utilizzo. Il continuo chiudere e rimettere in ordine prima di passare a una fase successiva. “Come fate a tenere tutto così in ordine?”, chiedevano i bambini. “Mettiamo in ordine continuamente, non solo alla fine”.

L’eccellenza ricercata attraverso un continuo processo per tentativi ed errori, come vedevamo nella pazienza della produzione artigianale dei cioccolatini, combinata col piacere della creatività. Non solo gli chef crescono, ma i piatti crescono, arricchendosi dell’esperienza dei clienti, attraverso la quale lo chef costantemente trasforma la ricetta, perfezionandola.

La dote fondamentale per un bravo chef? Più che le tecniche, più che la cultura, dice Monco, è la capacità di prestare attenzione. E quella di farlo usando tutti i nostri sensi, anche l’occhio, anche l’udito, per percepire le differenze nello sfrigolio di qualcosa sul fuoco, ad esempio.

Ma il racconto che mi ha colpito di più, è che lui nota che nell’alta cucina francese non si parla di “ristorante”, ma si parla di Maison, casa. Un luogo un luogo d’autore, curato, che accoglie gli ospiti come se fossero a casa loro. Dove colui che ospita ha lo scopo di renderli felici, aiutandoli a scoprire i loro gusti. Il bravo cameriere, alla richiesta di un consiglio da parte di un cliente, non offre il piatto che ritiene migliore, ma cerca di capire: “a lei, cosa piace?”.

La “Maison”… ma non è il primo pensiero di una scuola autenticamente Montessori, quello di non essere una scuola dove si insegna, ma una “casa dei bambini?”. Uno spazio progettato dagli adulti appositamente per far sentire i bambini nel loro proprio luogo, e dove i bambini siano messi in condizione di mandare avanti la propria comunità? Altro che “istituzione”. Altro che impersonalità, altro che luogo strutturato intorno alle regole. Un luogo delle persone, invece. Piante vive di cui prendersi cura. Magari anche animali. Spazi, materiali, oggetti, compagni, relazioni da nutrire. A partire dal nutrimento di noi stessi. E’ nella casa che ci prendiamo cura di noi e dell’ambiente. Solo che la scuola non è una casa dove isolarsi, ma è una casa di tutti insieme. Le regole servono a quello, altrimenti le possiamo buttare. Servono al rispetto di tutti quelli che abitano questa casa. In modo che tutti si possano sentire “a casa”. La scuola poi, per sua natura, se riesce a trasformarsi in una casa diventa una casa che si apre al mondo.

E mi viene in mente Flaminia Guidi, allieva diretta di Maria Montessori e fondatrice della scuola di via Lemonia a Roma, che non ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Tre sue allieve, in momenti diversi, mi hanno raccontato che la cucina e la sala da pranzo per la signorina Guidi erano il cuore della scuola, o per meglio dire della “casa dei bambini”. Quando qualcosa non andava lì, significava che qualcosa non stava funzionando nella scuola, e bisognava rivedere un po’ tutto il sistema.

Allora forse c’è davvero una relazione essenziale tra nutrimento, trasformazione del cibo, e luogo della formazione delle persone? Forse. Sicuramente di più che nelle pratiche dei compiti obbligati, della valutazione, della verifica, dell’interrogazione, della scuola comunemente detta.



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